"Il Circolo Culturale Proletario di Genova si unisce al lutto e al dolore dei cittadini e delle loro famiglie che sono stati colpiti dal terremoto e, a questo proposito, senza voler speculare sul dolore e sulle disgrazie, vorremmo proporre 3 articoli apparsi su il quotidiano il manifesto del 25 agosto 2016, che inquadrano molto bene la grave situazione in cui versa il nostro paese, inerme, per incuria e inefficienza politica e amministrativa, di fronti a tali catastrofi naturali. Il fatto che certi centri urbani come Norcia, prossimi all'epicentro del sisma, non abbiano subito danni e morti grazie alla adeguata ricostruzione antisismica e la messa in sicurezza degli edifici attuata dopo il terremoto del 1979, dimostra quanto sia importante la messa in sicurezza con costruzioni antisismiche. Da questi 3 articoli, che qui di seguito vi proponiamo, veniamo a sapere, dall'intervista al sismologo Romano camassi che, dove si fa prevenzione (come si è fatto a Norcia nel 1979), scosse, come quelle registrate ad Accumuli, Amatrice e Pescara del Tronto, non uccidono. E questa affermazione di un luminare italiano della sismologia la dice lunga sulla politica antisismica e della sicurezza degli ultimi governi italiani. A 7 anni dalla distruzione quasi totale della città de L'Aquila, l'Italia si scopre più fragile e indifesa. Sono crollati edifici pubblici, scuole, ospedali. per la sicurezza antisismica il governo italiano spende ogni anno solo l'1% di quanto sarebbe necessario per mettere veramente in sicurezza la stragrande maggioranza della cittadinanza e del paese. tutto questo è sintomatico dell'attenzione e della cura che chi dirige la politica italiana ha del nostro paese, visto più come un pollo da spennare, che come una comunità da tutelare e rendere partecipe della cosa pubblica".

 

 

 

Le nostre macerie

 

Norma Rangeri, italia/centro, 25.08.2016, “Il Manifesto”

 

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Amatrice prima e dopo 

© combo Ansa e Google Street View

 

Le parole di cordoglio – «l’Italia piange», «il cuore grande dei volontari», «con il cuore in mano voglio dire che non lasceremo da solo nessuno» – pronunciate dal presidente del consiglio ieri mattina in televisione a poche ore dalla tragedia, avrebbero dovuto suscitare condivisione se non le avessimo già sentite ripetere troppe volte per non provare, invece, insofferenza, rabbia, indignazione. Forse perché non c’è altro evento più del terremoto capace di mettere a nudo losgoverno del nostro paese, l’incapacità delle classi dirigenti di mettere in campo l’unica grande opera necessaria alla salvaguardia di un territorio nazionale abbandonato all’incuria, alla speculazione, alle ruberie (come i processi del post-terremoto dell’Aquila hanno purtroppo mostrato a tutti noi).

Nessun paese industriale, con un elevatissimo rischio sismico come il nostro, viene polverizzato ogni volta che la terra trema. Le cifre imbarazzanti stanziate un anno dopo l’altro per la sicurezza ambientale nelle leggi finanziarie danno la misura dell’inconsistenza delle politiche di intervento. Dal 2009 a oggi è stato messo in bilancio, ma solo perché in quel momento eravamo stati colpiti dallo spappolamento dell’Aquila, meno dell’1 per cento del fabbisogno necessario alla prevenzione. E’ la cifra di un fallimento storico, morale, politico.

Chiunque capisce che prima di abbassare le tasse alle imprese, prima di distribuire 10 miliardi divisi per 80 euro, bisognerebbe investire per costruire l’unica grande impresa che i vivi reclamano anche a nome dei morti.

Chi ci amministra ha costantemente lavorato alla dissipazione delle nostre risorse comuni. Il paese è allo stremo ma nessuno, nemmeno questo governo, cambia direzione. Con investimenti tecnologici, ripopolamento delle terre interne, salvaguardia del patrimonio culturale, paesistico. E finalmente lavoro per gli italiani, per gli immigrati. Finalmente progetti ambiziosi per uno sviluppo economico di qualità legato ai territori e alle loro istituzioni. Non ci sono soldi? E quanti ne spendiamo per il rattoppo delle voragini materiali e morali?

Purtroppo oltre a temere e piangere ogni volta le vittime della mancata prevenzione (andiamo verso l’autunno, pioverà, saremo esposti al pericolo di frane e alluvioni), dobbiamo aver paura anche della ricostruzione. Nelle pagine dedicate al terremoto pubblichiamo un pro-memoria dei cittadini dell’Aquila che riassume come meglio non si potrebbe i danni, i pericoli aggiunti con gli interventi edilizi post-terremoto. Perché accanto al simbolo della tragedia di sette anni fa, il monumentale palazzo della Prefettura del capoluogo abruzzese, oggi abbiamo l’ospedale di Amatrice colpito perché nemmeno questo edificio era costruito con criteri antisismici. E nessuno dimentica le macerie della scuola di San Giuliano di Puglia con i suoi piccoli rimasti sepolti, come i bambini morti ieri sull’Appennino.

Il numero delle vittime sale ogni ora, persone uccise dall’incuria di chi aveva il dovere di provvedere e non lo ha fatto, nemmeno per salvaguardare scuole, ospedali, edifici pubblici. Rivedremo le tendopoli, assisteremo allo sradicamento degli abitanti, alla desolazione dell new-town. Speriamo almeno di non dover riascoltare le risate fameliche di chi ora aspetta l’appalto.

 

 

Il sismologo: “Scosse così altrove non uccidono”

 

Andrea Fabozzi,  25.08.2016, “Il Manifesto”

Intervista. Il sismologo dell'Ingv Camassi: "Non servono miracoli, ma risorse. Dove si fa la prevenzione sono contenuti anche i danni. I centri antichi sull'Appennino potrebbero essere adeguati al rischio senza stravolgimenti"

Ieri sera l’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia (Ingv) ha informato che la situazione sismica «continua ad essere di forte attività, con molte repliche che si susseguono nelle aree» della scossa delle 3.36 di ieri. «È possibile che nei prossimi giorni ci sia ancora un numero elevato di scosse», aggiungono dall’istituto di via di Vigna Murata a Roma, dove nel pomeriggio c’è stata una conferenza stampa. Ma non chiedete a un geologo di fare previsioni sui terremoti.

Romano Camassi, sismologo dell’Ingv, gli ultimi due grandi terremoti prima di questo hanno avuto epicentri immediatamente a nord (Foligno ’97) e a sud (L’Aquila 2009) di Accumoli e Amatrice. Non bastava una cartina dell’appennino centrale per prevedere questa scossa?

Che sia un’area ad alto rischio lo sappiamo dalle carte della pericolosità: siamo in piena zona uno. Detto questo, i terremoti precedenti non sono così significativi in termini di prevedibilità. Riguardavano settori diversi della catena appenninica. Di faglie attive in quel settore ce ne sono tante. In questo caso, poi, diversamente da quanto accaduto all’Aquila, l’evento principale non è stato preceduto da nulla. È stato l’inizio di una sequenza, che ancora continua.

Proprio nulla? Le mappe che l’Ingv pubblica sul sito evidenziano proprio lì centinaia di piccole scosse negli ultimi mesi.

È un fenomeno quasi costante in quella zona dell’Appennino, piccole scosse che sono registrate solo dalle apparecchiature. Se però lei allarga l’osservazione agli ultimi due, cinque anni vedrà che non c’è una concentrazione superiore al resto della Zona 1.

Secondo l’Ingv è stata una scossa meno potente di quella dell’Aquila, malgrado sia stata anche questa del 6 grado Richter. Ed è stata superficiale, ma è stata avvertita da Napoli al Veneto. Come lo spiega?

In attesa di dati più completi, immaginiamo che sia stato un terremoto meno forte di quello dell’Aquila in termini di energia, misurato in «magnitudo momento»: 6.0 oggi e 6.3 allora. È una misura che la sismologia considera più rappresentativa perché calcolata sull’intero sismogramma e non solo sull’ampiezza massima. Quanto alla profondità, anche questa stima presenta numerose incertezze persino superiori a quelle sull’energia. Penso che alla fine scopriremo che è stato più profondo dei 4 Km stimati inizialmente.

I comuni più colpiti sono in Zona 1, come dice lei. Averli segnalati ad alta pericolosità non è servito a niente?

Per legge in Zona 1 ogni nuovo edificio va costruito in maniera che sia resistente ai terremoti. E ogni volta che si interviene su un edificio già esistente bisogna che sia adeguato al rischio sismico. È obbligatorio. Ma serve il tempo necessario e servirebbero molte più risorse.

I paesi sull’appennino sono tutti centri storici, è realistico pensare che possano essere adeguati al rischio?

Nel giro di qualche decennio si potrebbe fare. Un lavoro progressivo sull’adeguamento e miglioramento sismico è la vera prevenzione. Molto più che insegnare alle persone dove scappare o come proteggersi in caso di scossa.

È vero che le vecchie case in pietra e malta reggono meglio del cemento armato? Per metterle in sicurezza bisognerebbe stravolgerle?

Tendenzialmente non è vero. Hanno bisogno di interventi. Esistono tecniche anti sismiche non troppo costose che rispettano il patrimonio storico. Si può fare, altri paesi lo fanno. Non parlo solo di Usa e Giappone, anche in Cile un terremoto come questo non fa danni sul piano strutturale. E non fa vittime. C’è bisogno però che il nostro paese dedichi più tempo e più risorse agli interventi di prevenzione. Direi almeno un centinaio di volte superiori a quelle attualmente investite.

 

 

 

Cerreto resiste. Grazie alle opere di 300 anni prima

 

Adriana Pollice, 25.08.2016, “Il Manifesto”

Irpinia. La ricostruzione dopo il sisma del 1668 e quello del 1980

 

Dalla Collegiata di San Martino a Cerreto Sannita

Nel 1980 la terrà tremò tra l’Irpinia e la Basilicata: una scossa lunga un minuto e mezzo di magnitudo 6,9; 6,5 della scala Richter, decimo della Mercalli; quasi tremila morti. Castelnuovo di Conza e Teora furono rasi al suolo, Cerreto Sannita (120 chilometri più a nord) rimase intatto. Quella della cittadina beneventana è la storia di un paese costruito con criteri antisismici nel Regno di Napoli. A segnare lo spartiacque è il terremoto del 1668 con epicentro alle pendici del Matese: secondo gli storici la scossa superò il decimo grado della scala Mercalli.

Dei circa 8mila abitanti di Cerreto ne morì la metà: la parte alta della città collassò su quella bassa. La maggior parte dei superstiti avrebbe voluto ricostruire il paese esattamente dov’era: sulla collina, vicino al tratturo che li collegava con Boiano e da lì verso la Puglia, come imponeva la transumanza del bestiame. Cerreto del resto viveva grazie a due attività: l’allevamento e la produzione dei panni di lana. Nei pressi del vecchio centro c’erano i corsi d’acqua che alimentavano i mulini e la tintoria. Alla fine però si imposero i feudatari del luogo, i Carafa, che avevano portato da Napoli un team di ingegneri, capitanato da Giovanni Battista Manni.

La ricostruzione avvenne più a valle, vicino alla via di collegamento con la capitale del regno, nei pressi dei torrenti Turio e Cappuccini, soprattutto su un terreno molto più stabile di quello in collina. I periti dei Carafa sondarono la zona: nel sottosuolo c’erano grossi blocchi di roccia calcarea e banchi stratificati che avrebbero dato stabilità al nuovo centro urbano. A metterli sull’avviso le stesse evidenze del terremoto del 1668: Cerreto a monte era franata su se stessa mentre la vicina Cusano, costruita su roccia, non aveva subito danni. La prova del nove arrivò nel 1694: un altro terremoto si abbatté sulla zona, i nuovi edifici ressero.

Non solo fondamenta stabili: gli ingegneri furono accorti nel posizionare i varchi nelle murature; le cantine con il tetto a volta; le finestre degli edifici realizzate con la “frattura predisposta”, cioè in due blocchi con un margine al centro che consente lo scorrimento in caso di sisma. Nelle case a torre della piccola borghesia la camera da letto era al primo piano, pronti per scappare, e la cucina al secondo. In quanto alla pianta del paese, venne stabilito che gli edifici dovessero avere massimo tre piani, le tre strade principali larghe per consentire la fuga (con una distanza da un edificio all’altro di circa 12 metri, 7 per le strade secondarie); le tre piazze sistemate all’estremità e al centro, per raccogliere i superstiti. I risultati furono ottimi perché Cerreto sopravvisse a un nuovo terremoto, nel 1805.

Anche i tempi della ricostruzione furono esemplari: il paese venne sostanzialmente messo in piedi in otto anni, gli abitanti parteciparono alla progettazione delle case, ridisegnate in base anche alla loro attività professionale, con le botteghe artigiane al piano terra e l’abitazione sopra. Fu possibile coprire le spese perché la cittadina aveva una sua economia e molti cedettero il proprio bestiame. I suoli erano di proprietà di diverse famiglie che ebbero l’obbligo di venderli: i Carafa finanziarono i lavori con prestiti senza interesse, le somme dovevano essere restituite dai cerretesi entro tre anni, superata la soglia scattava l’interesse del 6%. Chi aveva ottenuto un suolo doveva iniziare subito i lavori, pena l’allontanamento in favore di altri. La precedenza venne data alle case e alla produzione di panni di lana, chiese e palazzi nobiliari vennero completati per ultimi a metà del Settecento.

L’industria tessile locale resse, mentre la pastorizia cedette il posto a una nuova attività. Con gli ingegneri, infatti, arrivarono da Napoli anche molti artigiani, tra cui i ceramisti. La produzione era già presente grazie all’abbondanza di creta e acqua ma l’arrivo dei maestri diede una nuova qualità alle creazioni locali. Così nei pressi della Cattedrale nacque il quartiere dei ceramisti.

Dall’epoca vicereale a oggi, i terremoti si sono susseguiti ma la progettazione collettiva degli abitanti di Cerreto Sannita e le tecniche di costruzione del Seicento hanno retto a ogni scossa.

 

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